| GAETANO PANBIANCO |
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da: MARSI & MEMORIE di Magda Tirabassi
Blog di Storia Locale |
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Questa settimana porterò qui nel mio Blog, un personaggio sicuramente poco noto ai marsicani, un poeta, letterato, editore, abruzzese, vissuto tra Otto e Novecento: Gaetano Panbianco. Si tratta di una delle tante personalità abruzzesi, riportate alla luce solo grazie ad alcuni lavori di ricerca di tesi di laurea che ne hanno dato, appunto, la giusta visibilità: uno di quegli autori che sicuramente non verrà mai ricordato alla stregua di un D’Annunzio, o di un Pascoli, ma che se non fosse per la premura di alcuni professori universitari e alcuni storici nel senso più stretto del termine, verrebbero ancora letti e apprezzati, esclusivamente da un pubblico di nicchia. In questa uscita, intenzionalmente, vi proporrò solo sommariamente l’attività di Pianbianco, concentrando l’attenzione spesso sugli aspetti biografici della sua storia, in modo da riuscire a contestualizzare l’autore nella nostra realtà storica locale. Non si tratta di storia propriamente marsicana, ma sono sicura che così facendo, si creerà l’occasione per arricchire anche il bagaglio culturale di tutti noi.
Gaetano Panbianco nacque il 19 Settembre 1864 a Loreto Aprutino. Nella sua biografia, pubblicata nel 1946 da Giovanni De Caesaris, si legge: "compiuti gli studi liceali nel seminario di Atri alla scuola di egregi maestri, dove giovani come Alfonso di Vestea, Michele Candelori, Fedele Romani, Nicola Iezzoni ed altri, furono educati all’amore del bello e del vero, si ritirò a Loreto Aprutino, presso i suoi, confortando la sua solitudine con l’amore degli studi e il culto della poesia che ebbe per lui accenti di melanconica dolcezza". Sposò una fanciulla "di signorile avvenenza" di nome Filomena Antico, a cui fu molto legato, ma che perse prematuramenteDa giovane ebbe cara la figura di uno zio prete, Zopito Angelo Panbianco, insegnante nello stesso seminario frequentato da Gaetano. Egli ebbe discepoli a cui il suo nome rimase caro anche dopo la sua morte (fra questi, il Conte Quintino Guanciali, poeta latino, anch’egli di Loreto Aprutino). Zopito era ricercato per la sua eloquenza, nelle circostanze solenni, quando si festeggiava uno sposalizio, o un novello sacerdozio, ma, sfortunatamente a soli 25 anni, il primo dicembre 1825 morì. Per lui, il giovane Gaetano pubblicò, nel 1895, Un dimenticato (Zopito Panbianco), lamentandosi "della “piccola vita paesana”", in cui spesso sopravveniva l’indifferenza per l’onore "dei patrii ricordi" e in cui anche una figura come quella di Zopito veniva relegata nel novero dei dimenticati. E’ così che Gaetano spesso ricercava e leggeva i suoi scritti dai quali: "ne sorg[eva] sempre confortato al culto del bello, del vero, del buono".
Nel 1884, a soli vent’anni, Panbianco pubblicò il suo primo libro di poesie: Primi versi. Nonostante qualche incertezza d’immagine e di espressione, mostrò subito di essere un poeta sensibile ai casi, e soprattutto ai mali, della vita. Dopo circa dieci anni, nel 1893, pubblica i Canti lirici editi dalla Premiata Tipografia di Donato De Arcangeli di Atri. Si trattava di un libro nuovo che non solo per la quantità e la varietà dei componimenti richiamò l’attenzione dei letterati abruzzesi. E’ evidente che nei dieci anni trascorsi tra la pubblicazione della prima raccolta di versi e la seconda, Panbianco lesse e studiò i poeti lirici migliori e più in voga: innanzitutto il Carducci, ma anche lo stesso D’Annunzio, di cui sicuramente fu ammiratore, ma al quale non deve nulla; affinità di spirito la ebbe con Giovanni Marrani, Arturo Graf, Fogazzaro e più di tutti con Giovanni Pascoli.
Negli anni successivi scrisse molto. Nel 1894 pubblicò, con la Tipografia Vincenzo Villanucci di Loreto Aprutino Alti e bassi, libro di versi e, Alcune elegie di Albio Tibullio, voltate in distici italiani. Nella prefazione a Alti e bassi…, di Giuseppe Checchia, per la prima volta, si ha l’occasione di studiare l’evoluzione lirica del Panbianco. Il prefatore ne sottolinea la volontà di "raunare le fronde sparte, che con diversi profumi e’ diffuse a breve distanza in più volumetti" con l’intenzione di dare un’idea in prosa della produzione in versi del giovane poeta. Partendo dai precocissimi Canti lirici, in cui si notano le prime naturali incertezze sulla forma nei sonetti e la superficialità della cosiddetta poesia d’occasione, si passa al volumetto In amaritude, raccolta di 23 poesie, in cui si è messi di fronte alle sofferenze sociali, quali gli emigranti che lasciano la terra natìa, la strage di Aigues-Mortes e i poveri mendicanti nel duro inverno. Segue Cuor di padre, scritto in ricordo della figlia Luisa morta ancora bambina, che con la sua lirica intimamente domestica e affettiva sembra ricordare lontanamente le Lacrymae di Giuseppe Chiarini; arriva, infine, ai componimenti di Alti e bassi: "in questa sua ultima e confortante fiorita, quantunque talvolta manchi il motivo e l’autore si lasci andar troppo alla sua felice facilità, la piangente morbidezza dell’elegia ne si mostra con un palpito sereno e con un senso carezzevole e insieme voluttuoso di tranquillità oggettiva". A dimostrazione della sua cultura classica e delle suggestioni che ne derivavano, nel 1894, pubblicò Alcune elegie di Albio Tibullio, voltate in distici italiani. Nella dedica all’opera, che Panbianco fa allo stesso Checchia, confessa di essersi attenuto "alla parola e al numero dei versi (…) con l’uso del distico italiano rimesso in onore dal Carducci (…)", non curandosi, così, del "pubblico grosso, che di solito dalla mole del libro giudica del suo valore" preferendo attenersi all’essenziale traduzione, senza fare sfoggio di chissà quale erudizione, e quindi scegliendo di non inserire annotazioni. Nel 1895, poi, pubblica Libro melanconico, "in cui la Musa torna ad avere gli accenti di particolare tristezza": "Tristis est anima mea -dice il poeta- (…). E quando sembra che il sole stia per riaffacciarsi tra le nubi, all’improvviso, v’assale il pensiero che la notte è tornata già con le sue ombre e i suoi misteri". E’ in questi anni che diventa egli stesso editore rilevando presumibilmente la tipografia di Vincenzo Villanucci, che aveva pubblicato la sua prima produzione poetica. Fu nel 1906 che fondò "L’Abruzzo letterario", chiamando intorno a sé i migliori scrittori della regione e di fuori; nel 1910, poi, pubblicò "Cronache abruzzesi", settimanale di dibattito politico-amministrativo di spiccata tendenza antigiolittiana, coinvolgendo tutti coloro che si interessavano delle questioni del proprio paese e dell’ Abruzzo. Con "L’Abruzzo letterario" Panbianco si propone ambiziosamente di collegare il meglio della cultura abruzzese (Sandro e Niccolò De’ Colli, Giovanni De Caesaris, Cesare De Titta, Camillo Guerrieri Crocetti, Gina Marteggianni, Rosmunda Tomei Finamore, Zopito Valentini, Francesco Verlengia) alle tematiche nazionali del dibattito letterario e culturale attraverso un processo di scambio e nel quale la presenza abruzzese risultava forte e vigorosa. "L’Abruzzo letterario", quindicinale, visse circa quattro anni mentre a Teramo si pubblicava rigogliosa, sebbene con intenti parzialmente diversi "La rivista abruzzese di scienze lettere ed arti", mensile, diretta da Giacinto Pannella, importante figura di sacerdote e cittadino. In questo clima egli matura le sue scelte professionali: nel 1912 trasferisce la tipografia e la casa editrice del Lauro da Loreto Aprutino a Teramo e trasforma il settimanale "Cronaca abruzzese" in "Il Popolo abruzzese". Dopo la guerra proseguì la sua attività bibliografica in maniera più modesta, soprattutto dal 1922 quando il fascismo locale cominciò a perseguitarlo. Dopo la marcia su Roma l’azione del fascismo, infatti, si fece travolgente, come altrove, anche in provincia di Teramo: entro la prima metà del 1923 furono “fascistizzati” i Consigli Comunali di molti centri: Campli, Giulianova (già nell’ottobre e nel dicembre del 1922), Montepagano, Castellamare Adriatico, Rosburgo (oggi Roseto degli Abruzzi). Un momento aggregante per il fascismo locale fu la visita di Mussolini, nell’agosto del 1923, in occasione delle celebrazioni per la “Settimana Abruzzese” a Castellamare Adriatico. Ridotta al silenzio la presenza social-comunista in provincia, gli attacchi fascisti, si indirizzarono contro quella parte della vecchia classe dirigente liberal-democratica che, dopo il declino di Guido Celli, era rappresentata dall’on. Roberto De Vito e che aveva centro vitale nella loggia massonica più che nelle varie sezioni, liberale, repubblicana, radicale poi democratico sociale, sorte a Teramo a cavallo della guerra. L’avvento del fascismo generò una campagna antimassonica che fece nascere una vera e propria “questione De Vito” che vedeva lo stesso come vittima di una “persecuzione ingiustificata ed inesplicabile”. A Teramo i rapporti tra fascismo e democrazia sociale erano pessimi e si esplicarono nelle continue polemiche tra "Il Solco" e "Il Popolo abruzzese", il giornale di Panbianco, dichiaratamente antifascista e devitiano. Il settimanale sostenne le battaglie dell’on. De Vito aderendo ufficialmente al gruppo di democrazia sociale. Quindi, con l’adesione di De Vito al fascismo e per sfuggire alla pesante campagna denigratoria di cui era vittima, anche Panbianco fece atto di adesione al regime, iscrivendosi nel 1928 al Sindacato fascista Autori e Scrittori senza che però cessassero gli attacchi e le denunce che i fascisti locali continuarono a rivolgergli. Nel 1929, “una guerra ingiusta e faziosa lo indusse alle maggiori rinunzie”: dopo sette anni furono riesumati degli articoli scritti contro il governo che lo portarono a non poter più pubblicare il giornale e a non poter più svolgere liberamente la sua attività tipografica. Costretto in quello stesso anno a lasciare Teramo per recarsi a Verona, si guadagnò da vivere divenendo correttore di bozze nello stabilimento tipografico Mondadori, in un ritorno ideale e pratico a quella vocazione professionale che lo aveva sorretto per tutta la vita. Morì a Teramo il 1° luglio 1937. Gaetano Panbianco è un personaggio di rilievo nel panorama civile e culturale abruzzese tra Otto e Novecento e la sua azione di promozione culturale si è sviluppata, oltre che con la sua giovanile attività di poeta, attraverso periodici e riviste letterarie che segnarono positivamente l’Abruzzo del tempo. Si tratta di un intellettuale che visse in un piccolo centro del nostro Abruzzo e per questo la sua opera, come quella di molti intellettuali di quel periodo, per lunghi anni è rimasta nell’ombra a causa della preferenza che anche gli studi locali hanno dato a "l’“ingombrante figura” di Gabriele D’Annunzio", il quale per poco meno di un secolo dominò la scena letteraria abruzzese. Bisogna aggiungere che fenomeno diffuso a quel tempo tra gli scrittori era quello di trasmigrare nei centri nazionali (fondamentale fu il ruolo che ebbe nel panorama culturale italiano la città di Roma che in questo periodo fu una calamita per molta dell’intellettualità abruzzese) dopo una permanenza nella terra di origine che non andava oltre il compimento degli studi medi. I loro interessi spesso si allontanavano dalla cultura regionale per cercare un respiro nazionale quando non europeo, ma, spesso fu questo stesso “fuoriuscitismo intellettuale” a far sì che si perdessero le loro tracce. E sinceramente, a conclusione, osserverei, in riferimento a quest’ultimo aspetto, che dopo più di un secolo non trovo la nostra realtà “intellettuale” regionale mutata di molto!
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