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il teatro del paradosso


 Il nome è il suo destino. Oggi, dopo tanto girovagare, il paradosso affonda nel quotidiano, si difende dai comportamenti subdoli dei politici e quelli altrettanto dissociati dei teatranti. A noi tocca far quadrare i conti, morali e finanziari, nell'elenco dei giorni.
Teatro del paradosso, ovvero Giacomo, il cocchiere, che scrive per mettere alla prova ciò che dice; dirige la compagnia, nel tentativo di conciliare sogno e realtà; Fausto, il co-fondatore, il co-responsabile, il compagno di una vita, memoria e occhio vigile; Tommaso che non vuole dare un senso al suo agire; Federica che nella paura/attesa della metamorfosi; Pierpaolo e Antonio dai mille lavori (quello del teatro da noi è perennemente precario). E poi Fabio, Serena. Matteo e il suo teatro spoglio. Mariaelena. E Daniele, e Martina, Alessia, Cristina; e tanti altri, ma vanno e vengono, come le nuvole.
Teatro del paradosso. Formatosi nel secolo scorso, dopo essersi sformato da collettivo teatrale La Finestra, che aveva, a sua volta, trasformato il Gruppo di ricerca animazione e folclore. E siamo nell’antichità, nell'inerzia culturale di un paese, Loreto, ma potremmo dire di una provincia. Qui, nel 1976, nasce l’Associazione Culturale Lauretana, una scomoda madre, che tutti i vagiti teatrali contempla, dove Lauretana non sta per figli di Maria ma porta a Loreto. Un luogo dove tutto ha inizio. In un luogo-non luogo, dal pomposo nome di Teatro Comunale Luigi De Deo, già palestra di boxe, dormitorio, sala banchetti (il dopoguerra), cinema Littorio, sala teatrale Littorio (nel ventennio). Teatro dal 1869, anno della delibera che destina i fondaci dell'ex-convento francescano in Teatrino Comunale, circostanza "… reclamata dalla condizione civile e comoda dei cittadini… " ma che poi verrà ridimensionata a sala teatrale e vedrà la luce trent'anni dopo.
Un non luogo perché inagibile dal 1960, dopo la costruzione del più moderno Supercinema Teatro. L’ultimo spettacolo rappresentato al Comunale aveva un titolo premonitore: Bufere, di Silvio Lopez.
 
 Siamo riusciti ad entrare nel vecchio teatro nel 1980. Non ne siamo più usciti. Ne abbiamo ingoiato la polvere dei secoli fino ad ammalarci. Abbiamo biasimato l’incuria degli amministratori, maledetto il disamore di chi, nell’attuale ristrutturazione, lo ha fatto diventare un’asettica sala polivalente e ne ha decretato la morte armonica.
Eppure siamo fortunati, abbiamo un luogo dove stare. In questo luogo si è decisa la nostra vita. Non solo artistica. Questo luogo ci ha ammaliato, ci ha trasmesso l’ora et labora (in origine era un convento benedettino, secondo la tesi dello storico Enrico Santangelo), ci ha votati al sacrificio, al dono di sé. Per chi o per che cosa, oggi è meno chiaro di ieri. E’ certa però la nostra storia, gli incontri che nel teatro si sono verificati. Da Peppino D’Emilio a Eugenio Barba, dal festival Incontri, alla stagione Teatro & Oltre. E siamo alla fine degli anni Settanta. In un paesino di settemila anime, che veniva fuori da un oscurantismo culturale di decenni (l’ultimo spettacolo teatrale risale al 1962 e il cinema proietta per lo più film hard-core). Gli Incontri ospitano spettacoli di gruppi teatrali mai sentiti prima, che diventeranno protagonisti della vita teatrale regionale: Spazio tre, Quarta Parete, il Piccolo teatro la Città, il Florian. Il Teatro Stabile Aquilano e poi abruzzese? Assente! L’Associazione Teatrale Abruzzese e Molisana, responsabile dei grandi circuiti? Inesistente. Siamo nati teatralmente in questo contesto, nel 1979, mettendo in scena Il militare oh che bello, uno spettacolo antimilitarista che voleva denunciare l’orrore della guerra e l’assurdità di un clima di non dialogo fra le potenze. Siamo partiti dunque da esperienze e idee personali, con un testo/collage auto da fè, in anni in cui il personale era politico. Subito dopo ci siamo rivolti al paese, cercando teatranti del passato, figure che avevano avuto a che fare con il luogo e con il non luogo. Il teatro, intanto, ci era stato concesso, senza carte, senza ufficialità. Insomma noi eravamo dentro ma il mondo non doveva saperlo. Sindaco, allora, Bruno Passeri, comunista. Come oggi, eletto ancora sindaco dopo la parentesi regionale. Si chiude un ciclo. Sempre gli stessi, sempre diversi. In mezzo ci sono gli anni dell’incoscienza, con i tentativi di destinare lo spazio a rimessa comunale (erano proposte di sinistra), a supermercato (come è avvenuto a Penne), di rovinarne l’estetica in nome di una presunta simmetria che l'edificio doveva assumere (tentativo purtroppo riuscito, con la manutenzione straordinaria dell‘84/85). Insomma la volontà di suicidare Il Comunale, farlo morire, a fuoco lento. Che fare? Abbiamo interrogato i vecchi e, nel ricordare quando in gioventù loro stessi facevano teatro, tutti ci hanno indicato la figura di Luigi De Deo, un mastro muratore, che ne sapeva più degli ingegneri, con il pallino del teatro. Il figlio, Giuliano, ci ha messo a disposizione i suoi scritti: tragedie, drammi in versi, carnevali, Sant'Antonio e Dio sa quant’altro. Abbiamo messo in scena le sue tragedie, che parlano di Loreto: Paolo Recchia (1980/81), la vicenda di un sacrestano che, sconvolto da una delusione d’amore, decide di farsi giustizia da sé; I vespri loretesi (1982/93), dramma storico, sull’invasione francese degli Abruzzi.
Da quest’ultima Rai Tre regionale ha tratto uno sceneggiato in tre puntate. Siamo nati dunque nel paese, per il paese. Autodidatti, ospitando negli Incontri compagnie, artisti e gruppi di livello regionale, nazionale ed internazionale, in ogni ambito artistico. Ma, quanto ti fai da te, ad un certo punto della storia devi decidere se continuare svolgendo un lavoro o un dopolavoro. Lo spartiacque è stato, per noi, Danilo Volponi, un attore diplomato All'accademia teatrale Silvio d’Amico, un bravo attore e anche un bravo regista ma un disastro dal punto di vista organizzativo. Dopo due anni della sua scuola e due anni nella sua compagnia non è stato più possibile tornare indietro. Eravamo confusi, perché pensavamo che il teatro fosse slancio, ispirazione, dialettica, ora bisognava studiare plastica, ritmica, dizione. Ma avevamo voglia di crescere e così, interrato il seme, questo si è aperto. Danilo è tornato al suo Piccolo Teatro, noi abbiamo aperto una Finestra. Sono seguiti anni fertili, di apprendimento, produzione, programmazione, formazione. Siamo usciti dall’ambito provinciale per approdare a circuiti altri, non quelli dell’alto teatro, dove gruppi come il nostro non possono nemmeno avvicinarsi, ma quelli dell’altro teatro, dove cominciavano a circolare nuovi linguaggi, dove vi erano contaminazioni proficue, collaborazioni, scambi di idee. Sono gli anni dell’esplorazione del lavoro di Grotowski, di Kantor, di Barba. In cui si mettono in discussione metodologie, tecniche, scuole; c’è il ripudio dell’accademicità, ma contemporaneamente la coscienza che è nella tradizione che bisogna attingere. Questo fermento ha prodotto un teatro che nel terzo millennio è vivo più che mai, pur nelle sue contraddizione e diversità di espressione.
 
L’esperienza positiva dei nostri tempi, dice Beckett, è il fallimento. Anche la finestra chiude i battenti. Ognuno cerca risposte personali alle proprie irrequietezze: chi fa esperienze terzoteatriste; chi è affascinato da Augustine Boal; chi apre una serigrafia. Siamo negli anni 90’, anni confusi, di rotture e di slanci, di Stop making a sense, di poetiche, di morte e resurrezione. Morire appunto per dare spazio a nuova vita. E’ il Paradosso.